Kategorie | Platten to die for

Platten to die for / fated to die – XXL EDITION: mit Stefano, Crazy und Bobby von Klakson

Zeit für die Sonntagsplatt’. Auch heute gibt’s wieder unsere Rubrik “Platten do die for / fated to die, in der Bandmitglieder oder Special Guests erzählen, welche ihre liebste Platte ist und welche ganz hinten im CD-Regal versteckt wird…

 

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Diesmal haben wir gleich 3 Gastautor dabei: Stefano, Crazy und Bobby von Klakson.

 

Stefano Predelli:

Platte to die for: Bob Dylan – Highway 61 Revisited

The stuff of dreams. Tanto per fare un esempio, se sapete ancora cosa sono le facciate e iniziate dalla seconda (perché se iniziate dalla prima va benissimo anche cosí, ma quello lo sanno tutti): ‘when your mother sends back all your invitations, and your father to your sister he explains that you’re tired of yourself and all of your creations, won’t you come see me queen jane?’ Eh? E fa anche quasi sempre rima. Poi c’é il salone di bellezza coi marinai, il cieco con le mani legate all’ acrobata, Romeo e Cenerentola che si scambiano frasi fatte, Einstein travestito da Robin Hood … Il sound di mercurio non lo si ritrova nemmeno su Blonde on Blonde, e perfino il finto Beatnik del retro di copertina é la fine del mondo.

 

Platte fated to die: Bob Dylan – Time Out of Mind

The stuff of nightmares. Tanto per fare un esempio, se non sapete piú cosa sono le facciate e iniziate dalla prima canzone: ‘walking through streets that are dead, walking with you in my head’. Dead – head. Santo cielo, e chi la pensava una rima del genere?!? E per restare qui, due strofe dopo viene meadow – window, che fa rabbrividire altrettanto e non fa nemmeno rima. E per chi é riuscito a sopravvivere fino alla terza canzone: ‘strumming on my gy guitar, smoking a cheap cigar’. Perdinci, che rasoiata, che sottigliezza. Ma che si vergogni, invece! Il grosso vantaggio di tutto ció? Che piú o meno nessuno riesce a tirarla fino a ‘Make You Feel My Love’. Io che amo soffrire ci sono arrivato (una volta sola, adesso non mi becca piú) e sto ancora cercando di tirarmi su con le pillole.

 

Paolo Crazy Carnevale:

Platte to die for: Neil Young – Rust Never Sleeps (Reprise 1979)

Non so se la scelta sia giusta, ma ho cercato di pescare un disco che in qualche modo, oltre ad essere bellissimo, avesse contribuito alla formazione dei miei gusti musicali. Un disco dei miei vent’anni, anzi, diciassette per l’esattezza. Se tutti i dischi a venire fossero stati così gli anni ottanta non sarebbero stai il pattume discografico che sono stati, a base di plasticaccia immonda e suoni fasulli.
Ricordo ancora quando questo disco è uscito, conoscevo già Neil Young, alla cui musica ero stato introdotto da mia cugina Enli, un anno prima o giù di lì, ma questo disco era nuovo, nel senso che non era come “Harvest”, bellissimo, ma di qualche anno prima, o “After The Goldrush”, ancor più bello ma ancor più vecchio (ora mi rendo conto che razza di lusso fosse poter giudicare vecchi dischi di meni di dieci anni prima, oggi non ci permetteremmo mai di farlo). “Rust Never Sleeps” è stato il colpo di fulmine, innamoramento totale: un lato A acustico ed un lato B elettrico, come si usava una volta, grandi canzoni e grandi suoni. In apertura ed in chiusura praticamente lo stesso brano (“Hey Hey My My”) in versioni diverse, una all’insegna della ballata acustica, l’altra a cavallo tra punk (ma suonato bene) e hard, con le chitarre elettriche incendiarie che spazzano via tutto.
In mezzo altre sette canzoni, di cui almeno tre epocali: la lunga e ispiratissima “Trashers”, anomala per la sua costruzione così diversa dai classici testi younghiani, e due brani dedicati ai pellerossa, “Pocahontas” e la devastante “Powderfinger”. Pochi mesi dopo arrivò il doppio “Live Rust” e nell’estate dell’anno successivo, a Stuttgart, ebbi la fortuna di vedere il film concerto con quei brani, la festa continuava, e alla grande!

 

Platte fated to die: Crosby Stills Nash & Young – American Dream (Atlantic 1988)

Una colossale ciofeca. E pensare che il mondo erano diciott’anni tondi che si aspettava il ritorno di questi quattro signori! Con che risultato? Tanta pochezza di contenuti e tanta plastica nei suoni, proprio da loro che erano stati i profeti del legno (inteso quello delle chitarre) e dell’elettricità.
Uno spreco di talenti per uno dei peggiori dischi della storia della musica rock. Canzoni poco ispirate, sintetizzatori abominevoli, la batteria inascoltabile di Joe Vitale, tanta perfezione e tanta ricercatezza per nascondere un’aridità compositiva evidente come poche.
Peccato. L’unico brano degno di nota è “Compass” di Crosby, il resto scivola rapidamente senza lasciare né traccia né memoria. D’altronde se andiamo a guardare alla produzione anni ottanta dei quattro musicisti, le cose non vanno certo meglio ed era prevedibile che il risultato di questa reunion potesse essere al di sotto delle aspettative. Per fortuna la reunion per il tour del 2000 ha dimostrato che i quattro ragazzi ci sanno ancora fare e hanno ancora qualcosa da dire (anche se gli ultimi due dischi di Neil Young sono ancora all’insegna della porcheria!)

 

Bobby Gualtirolo:

Platte to die for: The Beatles – Revolver

The Beatles: “Revolver” partiamo dal fatto che sono molto più attirato dai lavori “di transizione” che da quelli “classici”. Ecco, “Revolver” è proprio uno di quei dischi, a cavallo fra i Beatles del ’65 (quelli di Help e Rubber Soul) e quelli del mitico Sgt.Pepper. E’ un disco concepito in maniera libera, disinvolta, con tanta voglia di sperimentare ma senza avere ancora trovato la direzione verso cui muoversi. Questo lo rende un prodotto vivo e vibrante, pieno di spunti, idee, soluzioni che altri artisti avrebbero diluito in almeno 5 dischi ! Siamo nel 1966 e il mondo beat comincia a stare stretto a molti, i giovani vogliono qualcosa di più, vogliono espandere i loro orizzonti, ma sono ancora pieni di energia positiva e di voglia di scoprire senza distruggere e i Beatles, maesrti nel captare queste vibrazioni che vengono dal loro pubblico, le raccolgono in un album che già dalla copertina fa intuire l’effetto in qualche modo caleidoscopico che andrà a scaturire dall’ascolto di brani come “Ele anor Rigby”, “And your bird can sing”, “For no one” o “Tomorrow never knows”. Uno scrigno di magie musicali somministrato in piccoli universi sonori di 2 minuti. Per tutti i beatlesiani il vero capolavoro della band, per gli altri una pietra miliare nella musica rock.

 

Platte fated to die: Tom Waits – Mule Variations

Certamente risulta più difficile individuare il disco da buttare che quello del cuore. Questo perchè in sostanza bisogna distinguere nei dischi brutti quelli di artisti o pseudo tali che non ti interessano per niente (ad esempio ritengo che TUTTI i dischi di Madonna facciano ugualmente schifo), quelli di artisti che ti piacciono ma quando fanno dischi brutti fanno comunque ridere e sono a loro modo divertenti (tipo i dischi di Neil Young negli anni ’80) e infine quelli che non solo fanno schifo ma fanno anche incazzare perchè fatti male da gente che invece li saprebbe fare, con l’aggravante che non fanno nemmeno ridere.
Appartiene a questa categoria (cioè i dischi brutti che fanno incazzare)”Mule Variations” di Tom Waits, eccelso autore e poeta che ci ha deliziato con dischi come “Blue Valentine” o “Rain Dogs”, ma che dall’inizio degli anni ’90 è sembrato involversi verso forme espressive più rivolte al rumorismo che non alla musica vera e propria e che sostanzialmente ha perso man mano per strada la capacità di scrivere pezzi allontanandosi sempre più dalla forma canzone. In effetti Tom Waits fra gli ’80 e i ’90 sembra più interessato a recitare (peraltro discretamente bene) che non a produrre musica. E andava bene così, in fin dei conti perchè insistere e trarre per forza qualcosa da un autore che non sembra più interessato a esprimersi attraverso la musica o quantomeno attraverso nuove composizioni? E invece no. Complice la moglie, nel 1999 esce con grande clamore questo nuovo lavoro con 16 titoli inediti e tutti gridano al grande ritorno di un grande della musica. Tutti tranne m e (e pochi altri), a cui Mule Variations appare come l’opera svolgiata di un ex genio, buona solamente per creare quell’atmosfera di revival fra fans affamati di nuova produzione. Come quei pittori che hanno perso la mano, Waits abbozza brani che non hanno nessuna plasticità e appaiono più come pennellate sulla tela che non disegni compiuti. Insomma, un grande inganno, perpetrato peraltro senza grande complicità da parte dello stesso Waits, ma che ha guidato la mano di epigoni di ogni specie e nazione (un nome su tutti il nostro Vinicio Capossela). Unica eccezione (ma è davvero troppo poco) “Georgia Lee”.

 

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